USA, più minacce che fatti verso l'Europa
A voler tracciare un bilancio dei due mandati di Trump sul piano commerciale e della politica estera la prima parola che viene in mente è “chiusura”.
Chiusura verso i negoziati multilaterali, ma soprattutto verso un’idea che ha governato la linea politica di molti presidenti prima lui: che gli Stati Uniti dovessero accettare anche costi e impegni non immediatamente vantaggiosi per garantire la stabilità economica e la sicurezza dei propri alleati.
Fin dal suo primo ingresso alla Casa Bianca quasi dieci anni fa, Trump non ha mai nascosto la sua intenzione di cambiare rotta e ha fatto della pressione economica un vero e proprio strumento di policy. Richiami alla necessità di riequilibrare rapporti commerciali, ultimatum e annunci di dazi sono diventati i principali strumenti per veicolare un solo, semplice messaggio, rivolto tanto agli avversari quanto ai partner: “Don’t mess with the US”.
L’Unione Europea è stata, suo malgrado, tra i bersagli di questa impostazione, passando rapidamente da alleato strategico a rivale economico di Washington (sempre a sentire la Casa Bianca). Dai dati sugli episodi di coercizione economica contro l’UE emerge tuttavia un fatto inequivocabile: rispetto a quelle di altri paesi, le minacce di Trump sono state nel complesso più numerose delle azioni coercitive realmente intraprese. Tra il 2025 e il 2026, Washington è stata responsabile di sei nuovi tentativi di coercizione economica (che si sommano alle sanzioni secondarie all’Iran, attive dal 2018). Di questi, però, solo uno può essere classificato come una vera e propria azione, mentre i restanti sono rimasti allo stato di pure minacce.
(ISPI)

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