Iran: i colloqui sono finiti ma le trattave continuano
La diplomazia è tornata in campo per scongiurare una nuova guerra in Medio Oriente. Tuttavia, i limiti di questa fase di dialogo appaiono evidenti. Le posizioni restano profondamente distanti: Washington chiede molto, ma Teheran è disposta a fare concessioni solo sul versante del nucleare militare – escludendo quello civile – e non intende aprire alcun negoziato né sui missili né sulla propria rete di alleanze. Finora, l’ipotesi di un attacco è stata evitata grazie a un’azione diplomatica multilivello. Doha ha favorito il contatto diretto tra le due parti; Mosca ha proposto di vigilare sull’arricchimento dell’uranio iraniano e offerto alla Casa Bianca di supervisionare i flussi delle esportazioni petrolifere; la Turchia, infine, spinge per un quadro negoziale più ampio, che includa anche una revisione degli equilibri regionali e il sostegno di Teheran agli alleati in Medio Oriente. Eppure, anche l’approccio stesso dei due attori rischia di rallentare i negoziati. Trump ha dimostrato di puntare a risultati immediati e massimalisti, mentre i negoziatori iraniani operano tradizionalmente secondo una logica opposta. Oltre alla diplomazia, a frenare l’opzione militare sembra essere stato anche il dilemma tattico che attraversa la Casa Bianca. Da un lato, è difficile credere che un attacco statunitense possa rinvigorire le proteste interne; dall’altro, appare altrettanto improbabile che colpire singole infrastrutture militari o membri degli apparati di sicurezza possa creare scossoni al sistema di potere iraniano. Anche un’azione su larga scala presenterebbe enormi rischi e potrebbe trasformare l’Iran in un ‘buco nero’ nel cuore dell’Asia, destabilizzando l’intera regione. Ogni opzione, quindi, sembra avere più risvolti negativi che benefici, ma la strada del dialogo resta irta di ostacoli.
Luigi Toninelli, ISPI MENA Centre
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